Penso spesso alla morte, più di quanto sia lecito probabilmente. E’ una delle costanti di questo mio lungo transito. Eppure, con il doveroso rispetto che le è dovuto, mi è difficile darle un’accezione negativa. Più facile per me vederci una comoda via d’uscita, una sorta di soluzione d’emergenza a cui ricorrere se il tutto che mi ruota attorno superasse la soglia della sostenibilità.
Ho smarrito per strada il senso di sacralità della vita in quanto tale. Come può essere sacra qualcosa che ogni giorno viene rubata, stuprata, negata o semplicemente ignorata? Rischia di essere solo una retorico esercizio di stile portato avanti per inerzia. Un arrogante presupposto di Fede che astrattamente giudica e presuntuosamente condanna. Di “sacro” mi rimane solo il rispetto per il dolore. Ed è questo il mio metro.
Eluana è la da 16 interminabili anni, sospesa in quel limbo d’amore, in quel sottile paradosso in cui rispettarne la volontà vuol dire lasciarla partire per sempre. Eppure non esiste immedesimazione che possa rendere veritiera la nostra percezione, perché troppo facile è prendere posizione quando si guarda da dietro al vetro, cosi come imprecisa è la stima delle onde se si guarda da riva.
Ma i cori e le cantilene si alzano lo stesso. Chi più in sfregio ha la vita più si sente in dovere di dare lezioni. Chi predica rispetto poi pretende di imporre la propria visione. Chi non ha titolo per parlare neppure del nulla si fa bandiera di una battaglia che neanche conosce. Ed il cerchio si chiude, perché non è di Eluana che si vuole parlare, ma di insignificanti trame sullo scacchiere del potere, in cui piccoli uomini si scambiano cortesie interessate mascherate da alti valori.
A me resta il profondo senso di ingiustizia di queste ore. Quel misto di rabbia ed amarezza di chi sta specando anni preziosi che altri non hanno avuto la fortuna di poter attraversare.