Un aspirante utente Linux non dovrebbe mai entrare in un Apple Store. Non dovrebbe farlo neppure per curiosare e tanto meno alla ricerca di regali natalizi anticipati. Perché si sa chi lavora con Tux è abituato a mettere mano alle cose a fa ampio ricorso alla vecchia arte dell’arrangiarsi. Il sistema non vede un paio di volumi logici? Ci si arma di Kate e si edita a mano la tabella delle partizioni. Si vuole ascoltare un mp3? Ci si procura Audacity e lo si converte in ogg. E’ il prezzo da pagare alla libertà.
Ma non c’è nulla di peggio che un negozio Apple per far vacillare le flebili convinzioni di un principiante. Tu entri e il bianco ti acceca per qualche secondo. “Ho visto la luce” ti viene da pensare. Riacquistata in parte la vista si viene rapiti dallo scintillio dei colori, dal rigoroso ordine espositivo, dalla totale assenza di scatoloni sparsi sul pavimento, dal sorriso posticcio di chi ci lavora. Schede tecniche poche, del resto basta chiedere. Ma ogni domanda che fai suona sempre come un eccesso di pignoleria. “Funziona, vede basta premere qui”. “Il manuale? Non serve, è semplicissimo da usare, ma se proprio lo vuole lo può scaricare dai sito.” “iTunes? Lo trova in internet così è certo di scaricare l’ultima versione”. “Ah! E’ per una ragazza… Allora guardi questo rosso, è un colore appena introdotto nella gamma”.
A quel, punto nonostante i 79 euro di listino per una cosa grande poco più di una moneta da 2 euro, è troppo tardi. E ti senti quasi felice di poter mettere mano al portafogli e portarti a casa (anche se solo per pochi giorni
) qual aggeggio colorato nella sua bella teca di plastica trasparente. Senza contare l’effetto che fa andarsene in giro con la mela morsicata sulla busta. E ti rimane anche l’amaro in bocca per quel macbook nero e traslucido da cui non riuscivi a staccare gli occhi.
Fortuna che a casa ti accoglie il volto simpatico di un pinguino che se non altro ha il merito di riportati a terra, nel mondo di chi si arrangia da solo