di certe mattine fredde passate ad aspettare eventi di cui non capivo la portata, ricordo ancora il rumore dei suoi passi. un incedere asimmetrico che risuonava sul metallo delle scale e dei pontili dando il tempo ai miei occhi di voltarsi altrove e fissare il vuoto al di là del vetro. insignificanti dettagli, come il resto della vita.
risuonano ancora quei passi nei momenti di vuoto più profondo, quando ogni altro pensiero è stato stipato per far spazio al nulla. hanno il suono ovattato delle assenze, la consistenza delle orme sulla battìgia, i contorni sfumati di un disegno a matita.
le assenze.
le mancanze.
pietre angolari dello stesso respiro solo
affannato
tutte orme a perdere
e a ritrovare l’inverno pure ad agosto.
(cazzo se fa male. già)
si fa male.
ma di buono c’è che la fase acuta del dolore dura poco. poi tutto si diluisce.
si diluisce. e meno male.
non siamo fachiri. ma sai abbiamo tempo per diventarlo.qua ci starebbe un sorriso, ma anche no.
ma anche si
bene, hai vinto tu:-)