Ma non era bello scrivere un blog?

Il giorno in cui ho aperto questo nonblog non stavo molto bene. Questo lo ricordo con chiarezza, ma se anche non fosse così il nome scelto lascerebbe poco spazio all’interpretazione. Non credo di aver mai scritto nulla di memorabile in questi mesi, al tempo stesso però è stata una bella avventura, un qualcosa di nuovo che sarebbe stato ancor più interessante poter collocare qualche anno addietro. Ogni post è un’istantanea, e se mai mi metterò a rileggerli sarà un po’ come sfogliare un vecchio album di fotografie.

Ora però sto divagando… Nello scrivere gli oltre 200 post ospitatati in questo spazio non mi sono mai posto il problema di come li avrebbe accolti Google, di quale posizione occupassi in questa o in quella classifica, ne tanto meno di quanti visitatori li avrebbero letti. Il punto è che mi sono convinto che un blog lo si scriva prima per se stessi e poi eventualmente per gli altri.

Lo ammetto, è una visione infantile ma stasera sono in vena di leggerezze. Ovviamente esistono atri modi di intendere lo stesso strumento, del resto con carta e penna io non ci faccio nulla mentre Shakespeare ne ha tirato fuori il Giulio Cesare… Per altri classifiche, autorevolezza, link in ingresso, pagerank e via di questo passo hanno assunto un ruolo preminente, specie poi se si è scelto di dare un carattere commerciale al proprio scrivere.

Non voglio con questo dare alcun genere di giudizio, però è proprio in questo ambito che si rischia di snaturare la struttura sociale che questo mondo di bit cerca faticosamente di emulare. A nessuno di noi verrebbe in mente di parlare scegliendo le parole che più aggradano lo spider di turno, se però si tratta di scrivere un post allora le cose cambiano, al punto che perfino Google ormai comincia a sparare risultati sclerotici nelle sue ricerche.

Link a pagamento, imprecazioni contro Google che non gradisce, pseudo blog talmente infarciti di AdSense da non riuscire più a distinguere il post dalle inserzioni (che poi è proprio quello che si vuole), pagine e pagine su come scalare i motori di ricerca, autoreferenzialità tra i soliti nomi noti, liti sull’uso dei feed, sulle licenze di distribuzione, la piaga parassita del copia-incolla. Sbaglierò ma se di questo si finisce per parlare, allora potremmo trovarci tra poco tempo a seppellire l’idea stessa di rete sociale . Non importa il contenuto ma la posizione che questo occupa. Non importa l’avere qualcosa da dire, ma solo fare volume, ammucchiare e schedare.

Ho frequentato poco la rete in queste ultime due settimane, così sono rimasto spiazzato dalla chiusura (per ora temporanea) di BlogBabel. Questo blog non è mai stato inserito tra quelli monitorati dal servizio, tuttavia l’idea in se di mettere un po’ d’ordine nella blogsfera di lingua italiana mi è sempre sembrata illuminata. Leggere i retroscena della questione chiarisce molto della deriva che tutta la vicenda sta prendendo.

Con in più un dubbio finale mica da poco. Mi chiedo cioè se la famigerata proposta Levi non avesse qualche fondamento. Se un blog diventa strumento di guadagno (d’accordo modestissimo, ma non nullo) ed attorno ad esso nascono interessi economici, allora forse non siamo più nel campo della libertà di espressione ma in quello ben diverso del diritto di cronaca. A questo punto però cosa distingue un blogger da un giornalista? Nulla se non il fatto di non far capo ad un editore ed il non assumersi in pieno le responsabilità di ciò che si afferma. C’è ne è abbastanza per tenere acceso il cervello ancora per un po’.


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