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bisognerebbe essere pronti alla verità, preparati ai suoi spigoli taglienti, alla sue demarcazioni nette. forse in parte lo siamo anche, perché nulla c’è più familiare del vero che ci portiamo appresso.  ma al tempo stesso ci aspettiamo un implicito rispetto quando, sia anche con verità, qualcuno irrompe nei nostri fragili equilibri. perché non tutto ciò che ha parvenza di vero è poi oggettivo ed universale. perché solo ascoltando si può comprendere quanto profondo possa essere il nero. non può esserci silenzio seguito da verità. non può esserci giudizio senza ascolto.

la verità può essere una lama che attraversa il costato, che ci trafigge da parte a parte con impietosa semplicità.  in grado a volte di sottrarci ogni appiglio sotto il palmo delle mani. tanto può essere difficile spiegare le proprie parziali ragioni a chi non vuol sentire. tanto da rinunciare  al nostro tassello nel mosaico, preferendo il vuoto alla dialettica.

in tanti anni avrei dovuto assimilare migliori tecniche di difesa,  acquisire quella permeabilità che tutto lascia passare e nulla trattiene. non è stato così, ed ad ogni ondata vacillo.

alcuni giorni sembrano non avere fine. poi, quando ti risvegli in una diversa alba, per un attimo speri di aver solo sognato. giusto il tempo di trovare sulla pelle una nuova cicatrice.

Barchette di carta asimmetriche

Agli aeroplani preferivo le barche. Mai capito il perché. I primi si schiantavano malamente al suolo ogni volta, le seconde invece restavano solide sui banchi in attesa dell’improbabile varo.

Triangolo, capello, rombo e poi ancora triangolo, di nuovo capello e uno strappo deciso. Appresa la tecnica non c’era altro da dire. Minuscole o enormi che fossero la sequenza era la stessa, scalabile all’infinito o almeno fin dove mani di bambino consentono.

Sarebbe potuto bastare. Agli altri bastava. Ma quella asimmetria che piegava ogni barca di lato sembrava un insulto, una sfida ad una logica migliore. Penso di averci perso ore in una estate indecisa come questa, a smontare e rimontare, a seguire le linee di piega sui fogli, a immaginare in tre dimensione l’esploso di quelle bozze. Poi, come ogni cosa, fu un attimo e tutto divenne chiaro.

Allineamenti

Nel cestino della frutta sono tornate le arance, le gocce d’acqua scendono in filari sui vetri, il cielo è  pesante e minaccioso annuncia tempesta. Le strade sono nuovamente vuote e l’unico rumore che resta in sottofondo è quello della pioggia. La luce si è nascosta dietro le nubi, ed il giorno è simile alla notte come nei lunghi inverni dell’anima.
C’è solo la data in nero sul calendario a non allinearsi al contesto, e a tenere il tempo in attesa.

Schianti Lunari

adn_luna

La sonda Kaguya è stata fatta precipitare mercoledì scorso vicino al polo sud. Si è visto soltanto un bagliore e il veicolo da tre tonnellate si è schiantato in un’area disabitata a una velocità di sei mila chilometri orari (Adn Kronos alle 12.06 del 18.06.2009)

Un’area disabitata… sulla Luna…
(via Attivissimo)

Il colore dei libri

Romanzo epistolare. Un centinaio di pagine, forse qualcuna in più. E una gran fatica ad ogni riga. Non so -ed è la prima volta- se terminerò la lettura. Pensavo che se dovessi dare un colore a questo libro sarebbe il nero. Lo intravvedo in ogni frase come ineluttabile preludio di una oscura fine. Ed è quasi naturale che ogni libro abbia il suo colore, dal blu della calma provvidenziale dell’Ivanhoe,  al bruno oscuro de Il nome della rosa, al rosso porpora di Gomorra.

Come da previsione, nella librearia mentale che ho immaginato, di gialli solari, azzurri luminosi e verdi rilassanti non ho trovato traccia. C’era però una chiazza di bianco innocente.

Assolutamente niente

Io ho desiderato, fino alla disperazione, di poter essere tutto per lei, fino al giorno in cui ho appreso, nel dolore, che è infinitamente più nobile non essere, per lei, assolutamente niente.

- Sören Kierkegaard

7 cose da salvare

Countdown

Mi sono dato un limite temporale. Non così immediato da non poterne sostenere lo scorrere, non così remoto da essere rarefatto. Questo countdown si concluderà comunque o con l’innesco di uno stater o con il suono di una campana. Niente vie di mezzo. Non c’è parola o immagine in questi giorni che non laceri il mio tessuto mostrandomi l’abisso in cui sono e la riva su cui invece dovrei essere. Una prossimità al punto di rottura che dovrebbe terrorizzarmi e che invece mi lascia quasi indifferente. E’ ormai così poco il valore che do alla mia vita da ritere che i due scenari in fondo si equivalgano.

Pensavo di averlo già scritto questo post. Ma non era così:

(23.12.2007) Che c’è da ridere?
Spot natalizi, di già. Il countdown parte ogni anno sempre un po’ prima, c’è un economia da mandare avanti e tanti sogni da distribuire. Sorridono, tutti indistitamente sorridono. Di queri sorrisi finti a doppia arcata con lo smalto bianco copiaincollato da photoshop. Sorridono di ogni cosa, di serpetine di luci che consumeranno migliaia di Megawatt, di una bevanda che c’è tutto l’anno ma che a dicembre chissà perché dovrebbe essere più buona, di una pasta lievitata e variamente farcita che farà la gioia dei dietologi, di povere piante destinate a fare da bacheca a lustrini di ogni taglia e colore.

Sorridono, tutti impietosamente sorridono. E sorridendo divetano ciechi. E sorridendo si immergono in un mondo ovattato dove non esiste altro che colori caldi e allegre melodie di contorno.

Che c’è da ridere?

Me ne rendo conto, a volte sono proprio un gran rompiscatole. Perdonami se puoi.

Vorrei aver detto tutto

se avessi detto tutto potrei scrivere la parola fine, stampare uno a uno i miei pensieri e rilegarli con lo spago; e lasciare il bianco al loro posto senza toglier fiato al mio respiro;  potrei starmene in silenzio senza la paura di sbagliare.

Sfiorare

Sfiorare è uno stato intermedio. E’ pensare di aver compreso qualcosa che ancora ci sfugge. Sfiorare non ha la carnalità del toccare ne il distacco del guardare, coinvolge ma non travolge, illude ma non devasta.

Sfiorare è immaginare un gesto senza intuirne le conseguenze, è pensare a qualcuno che non ti pensa, è fissare il soffitto sognando il cielo.

Io sfioro soltanto la vita. Ne seguo il contorno ma ne rigetto l’essenza.

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