Gli alti i bassi e gli intermezzi

Ci sono istanti in cui mi lascio trasportare dalle idee, piccoli idilli che chiudono fuori il mondo, i suoi tempi e le sue ammende. Brevi lassi in cui costruire castelli imponenti su granelli di sabbia bagnata. Attimi in cui la velocità del pensiero non conosce soglia e pianifica per immagini ben oltre l’orizzonte.

Altrettanto breve tempo basta perché tutto si infranga sulla scogliera della vita, ed un dettaglio, a volte piccolo ed insignificante altre volte evidente e rumoroso, mi riporti alla mia stasi.

Quel che resta al di fuori di questi picchi è solo il piatto andamento dell’attesa.

Un uomo d’ordine a centrocampo

Tra un il dare calci ad un pallone ed un poliedro non c’era poi molta differenza. Entrambi alla fine si riducevano ad applicazioni di geometria spicciola. E’ così che ho sempre inteso il calcio, come un gioco di traiettorie in cui alla fine quel che conta è solo la precisione con cui si indirizza la palla.

E questo in effetti mi riusciva anche piuttosto bene, in una teatralità in cui sfiorando il cuoio già ne visualizzi la parabola ed il punto di arresto. Tutto qui in fondo, ne più e ne meno che smistare una consegna, un semplice “ricevi ed inoltra” in cui l’importate è sempre il tocco successivo. Un obiettivo d’ordine semplice che non prevedeva lunghi possessi ne improbabili azioni solitarie, ma solo un pizzico di balistica e qualche acrobazia. E anche una certa visione d’insieme a voler dire, necessaria per dare una destinazione anche dove l’occhio da solo non arriva.

Poco altro da aggiungere. Scarsa l’attitudine a rientrare nelle file difensive, poca la propensione ad pressing, quasi nullo il movimento senza palla. Troppo poco insomma per le ristrette logiche del calcio di periferia.

Sotto migliori auspici

Gli anni sono convenzioni, e al tempo stesso nuove pagine da scrivere.

Dalle parti del cuore

Ricordare:
Dal latino re-cordis, ripassare dalle parti del cuore.
(Eduardo Galeano, Il libro degli abbracci)

Come si contano le folle

Ricordo di aver imparato a contare una volta. Da uno a dieci e si che mi sembrava già tanto allora. Poi sono venute le centinaia i milioni e l’infinito, però di numerare toccando la punta delle dita e segnando i riporti nella testa in fondo non ho mai smesso.

Oggi avrei voluto contare, perché se c’è una cosa che non capisco è come possa la stessa grandezza avere due valori distinti a seconda di chi fa la conta. In un metro quadro ci stanno in media quattro persone, si chiama folla compatta. Se ho una foto aerea e su questa posso individuare un elemento di misura certa, allora posso determinare anche l’unità di misura su quella foto e tracciare un reticolo a maglie quadre di lato unitario. Il resto si riduce letteralmente a contare le celle piene e a moltiplicare per quattro.

Non è che sia poi così difficile, ecco.

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